Mostrare le debolezze nei social è corretto?

Convivenza piena. Se il web 1.0 era quello della consultazione e il web 2.0 quello della condivisione, oggi siamo alla convivenza piena. In questo scenario le nostre vite possono impattare in ogni momento su quelle delle persone con cui siamo in contatto. Il concetto stesso di “contatto” si è trasformato passando dalla stretta di mano alla notifica sullo smartphone trasformandoci in recettori di blip, plin e tu tu tu vari, finché non decidiamo di impostare su “silenzioso” questa tortura tattile che somiglia alla classica “goccia” che scava la pietra.

la forza della debolezza

la forza della debolezza

 

Facebook è il regno della felicità, intanto fuori da quello schermo somigliamo più ai vaganti di The wolking dead che alle facce allegre da clima festoso che amiamo condividere. Questo vale per le persone e per le aziende. Mentiamo.

 

Identità selezionata

Cioè, non è che diciamo proprio bugie, piuttosto selezioniamo “quale” pezzo di realtà raccontare. È come quando ti presenti a un colloquio di lavoro: non racconti TUTTA la tua storia fin da bambino, ma solo quella parte della tua vita che può essere presa in considerazione per valutare le tue competenze, non TUTTE, solo quelle eventualmente utili ad assolvere alle mansioni di quella posizione.

Per tante persone che lavorano sul web, facebook funziona proprio come un gigantesco colloquio di lavoro, nel quale mostrare all’infinito skills e attitudini, vale a dire due cose:

  1. So fare il mio lavoro
  2. Amo il mio lavoro

Tutti felici, dal professionista affermato che condivide solo le foto di quant’è bello essere un professionista affermato, all’ultimo degli stagisti quarantenni al quale hanno comunicato che deve andar via ed è felice perché finalmente potrà vivere nuove avventure. Mai un mal di pancia, un raffreddore, ogni segno di debolezza è un invito a far scattare nel prossimo la violenza omicida della belva che vede il rivale ferito e agonizzante. Ma siamo sempre stati così?

Sì, lo siamo sempre stati, solo che facebook fa emergre con più forza questa parte dell’umanità. Questo lo posso dire, questo lo devo dire, questo assolutamente no, intanto scattano invidie senza senso, rabbie, calcoli su come evolveranno le situazioni e tutti i giochi più oscuri che la tua mente potrà concepire.

 

Pirati sorridenti

Alcune persone intelligenti hanno capito che facebook è una fabbrica di plastica e cominciano a condividere lati diversi del loro vivere quotidiano, forse più veri. Ho letto d’un fiato la nota in cui il mio amico Emanuele Vaccari svela tutto il suo malessere rispetto a quella che percepisce come una necessità cieca e vile di approfittarsi di persone e situazioni. Uno sfogo notturno che mostra debolezza e bisogno di chiusura nei confronti di un ordine costituito ormai incontrollabile in cui ognuno è per sé, un ordine di cose che siamo chiamati a ritenere normale, altrimenti qualcuno potrebbe pensare che abbiamo qualcosa che non va.

Poi ci sarà chi fa finta di condividere ansie, sconfitte personali e preoccupazioni solo per fare marketing al contrario.

Probabilmente Skande direbbe che mostrarsi demoralizzati e tristi è controproducente rispetto al business, ma se le cose stanno così, allora il web è un posto di pirati sorridenti che mietono vittime sorridenti.

E queste vittime siamo noi stessi.

 

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