Come si diventa professionisti oggi?

La domanda nel titolo di questo articolo può riguardare qualunque attività lavorativa, ma è davvero interessante per chi si occupa di comunicazione, perché negli ultimi anni le tecnologie digitali hanno offerto una declinazione del professionismo in qualunque ambito, che ne sposta il valore dal saper fare al saper comunicare ciò che si fa.

Come si diventa professionista

Come si diventa professionista

La domanda da cui tutto è nato è stata originariamente posta in un gruppo facebook frequentato da batteristi e suonava più o meno così: “come si diventa batteristi professionisti?”. Ecco, se mi avessero fatto questa domanda 20 anni fa avrei senz’altro fornito la Risposta 1:

 

Risposta 1 (vecchia, ma non troppo)

Impara a suonare finché non raggiungi un livello superiore alla media, poi inizia a dare lezioni e frequenta gli studi di registrazione cercando di farti notare da produttori e musicisti già affermati. Il passaggio successivo è farsi ingaggiare per un tour o per la registrazione di un disco. A quel punto sei “entrato” e puoi definirti un professionista.

Bello vero? C’è dentro lo studio dello strumento, ma anche le relazioni che riesci a costruire con alcuni nodi “fisici” all’interno di una rete di interessi che per quanto possa diramarsi conserva dei contorni precisi. Fin qui tutto regolare, ma nel nostro presente la mia risposta sarebbe diversa, eccoti dunque la più completa “Risposta 2”:

 

Risposta 2 (il vecchio + il nuovo)

Impara a suonare finché non raggiungi un livello superiore alla media, poi apri un canale su YouTube e comincia a studiare i contenuti più utili a fare traffico. Puoi metterci dentro i tutorial tecnici, ma anche il racconto della storia dei “miti” nel settore. Puoi organizzare dei Q&A in diretta per offrire valore immediato agli utenti o ancora, puoi intervistare esperti di settore già seguiti da altri utenti che ancora non ti conoscono in modo da ampliare la portata del tuo canale. Più mille altre possibilità.

Con una buona base di followers diventi un influencer, quindi puoi organizzare clinics in giro, consigliare strumenti musicali e (certamente) farti notare dagli artisti più seguiti. A quel punto, quando riempi le sale, ottieni gli endorsement dai marchi produttori e – sempre attraverso gli stessi canali – gli ingaggi per suonare in eventi importanti, si può certamente dire che sei un professionista.

 

Differenza tra “professionismo” analogico e digitale

Ora per molte persone la notorietà che proviene da una buona comunicazione social è sinonimo di pochezza sul versante delle competenze pratiche, ma per restare nell’esempio dei musicisti nel tubo, per quanto tu possa saperci fare sul versante dei contenuti, se come strumentista sei una “pippa atomica” non andrai da nessuna parte. In questo senso i social e il web più in generale, servono a integrare le attività che avrei suggerito di portare avanti 20 anni fa. Piuttosto dunque che fare una cosa al posto di un’altra, suggerirei di prendere il buono che la tecnologia ci offre e metterlo “insieme” alle pratiche già storicamente consolidate e ritenute utili per affermarsi offline.

La (mia) verità è che oggi sia più facile emergere rispetto a vent’anni fa, quale che sia l’ambito di cui ti occupi, però dev’essere chiara una cosa: per emergere devi avere qualcosa in più rispetto agli altri. Non vieni fuori perché ti sbatti a comunicare e nemmeno se studi 20 ore al giorno. Vieni fuori perché hai un “colore” diverso rispetto agli altri, perché ti si nota, perché hai una luce dentro che anche di poco, migliora la vita delle persone. Può riguardare la tua tecnica o il tuo modo di comunicarla e vale per un musicista come per un idraulico, un avvocato, un personal trainer o un consulente di web marketing.

 

Conclusioni

Lo ammetto, sono un entusiasta. Durante i primi mesi della pandemia ho visto “professionisti” di varia natura usare i social solo per lamentarsi della cattiva gestione politica o per insinuare complotti del tutto privi di pezze d’appoggio. Nello stesso periodo ho visto persone comuni negli stessi ambiti, darsi da fare per offrire un servizio tale da mettere insieme le persone in modo costruttivo, a partire dagli interessi condivisi. I primi sono rimasti al palo, dequalificando se stessi, invece i secondi hanno sbloccato risorse e creato opportunità per più persone, fornendo un servizio a partire da competenze che comunque c’erano.

In conclusione, per me non deve esserci la separazione tra chi sa fare e chi sa comunicare, perché in ogni caso non puoi comunicare efficacemente qualcosa che non sai fare… e comunque si viene a sapere. E chi si lamenta del fatto che ad esempio un instagramer sconosciuto ottiene in breve tempo (e senza comprarli) più followers rispetto ai brand prestigiosi nell’alta moda, dovrebbe considerare che la moda è prima di tutto comunicazione. E la comuncazione, come l’aria, è per (e di) tutti. Democratica.

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