Perché (e come) organizzare lo smart working adesso

Una volta lo chiamavano solo “lavoro da casa” oggi invece è diventato intelligente, appunto smart. Subito due considerazioni, la prima è che per lavorare in modo più “smart” è servita una pandemia globale, la seconda è che se la modalità in remoto è intelligente, quella sul luogo di lavoro deve esserlo meno, ma fino a ieri non se n’era accorto nessuno…

smart working

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Cari lavoratori abituati a uscire di casa ogni mattina, sappiate che da oggi siete un po’ meno intelligenti di prima, per scelta o per obbligo, ma lo siete. Lo siete perché esiste un modo intelligente di lavorare, che inquina di meno, aumenta la produttività e incidentalmente si rivela utile in caso di contagio su vasta scala.

 

Il ritardo organizzativo

È da decenni che prevedo un futuro di emigrazione dai grossi centri urbani via via verso le periferie. Una situazione simile si verifica in tre casi:

  1. lo scoppio di una guerra e il timore dei bombardamenti sulle grandi città
  2. lo scoppio di una pandemia globale
  3. la presa d’atto che lo smart working ESISTE

Ora ci troviamo in una situazione particolare, perché il punto due fa sì che ci si accorga dell’esistenza del lavoro da remoto. La verità più scabrosa è che senza esagerare, la metà delle professioni attualmente esistenti potrebbero essere svolte da remoto, ciononostante solo l’emergenza di queste settimane ha reso evidenti le carenze organizzative e il ritardo abissale in cui ci troviamo.

Ed è un problema che riguarda tanto le piccole agenzie di comunicazione che hanno difficoltà a coordinare il lavoro dei dipendenti da casa, quanto le grandi SPA dei servizi internet che ancora non riescono a trovare un modo funzionale per mandare a casa le persone. Qui possiamo dire (con orgoglio) che il problema è tutto italiano, perché viviamo nell’unico paese d’Europa che ancora per sfiducia ritiene necessaria la presenza fisica degli impiegati sul posto di lavoro. A questi soggetti vorrei dire che non è vero che lavorando da casa la produttività diminuisce, perché chi non vuole lavorare può imboscarsi tranquillamente in ufficio.

Semmai la voglia di imboscarti viene proprio quando percepisci la mancanza di fiducia nei tuoi confronti. E l’Italia è un paese di furbacchioni, si sa. Altrove, i contratti di lavoro delle aziende tech non prevedono un certo numero di ore da trascorrere sul posto di lavoro, ma sul lavoro. C’è una bella differenza, anche in termini organizzativi.

 

Cosa ci stiamo perdendo

Spostarsi dal centro alle periferie, fino alle aree rurali, di mare o montagna, in questo momento è vietato per decreto, ma è stato (e presto tornerà ad essere) possibile e per me auspicabile. Ci sposteremo perché le “opportunità” in effetti non si trovano nelle metropoli, ma nei paesini sperduti e arroccati. Parlo delle opportunità di costruire qualcosa di nuovo e di sano, di respirare aria buona, caminare all’aria aperta invece di chiudersi in auto, mangiare cibo vero e non surrogati industriali, questo solo per cominciare.

Parlo di costruire benessere trasferendo ricchezza, togliendola dalle mani di chi gestisce le economie centrali per spostarla verso aree ancora in equilibrio con l’ambiente, in cui la vita costi la metà e in cui finalmente riappropriarci del concetto di villaggio globale, grazie alle appendici digitali. La tecnologia dovrebbe servire a rendere possibile questa realtà, non ad accrescere le periferie sporche e misere degli agglomerati industriali in prossimità delle megalopoli metropolitane. L’emergenza sanitaria in corso mi ha fatto riflettere su questo, mentre la gente prende di mira e affolla i supermercati e i cinici parlano del prossimo asteroide in rotta verso la terra come l’unica soluzione possibile. e quasi quasi…

 

Come organizzare lo smart working

Se hai letto tutto questo sproloquio delirante, non ti suonerà strano che il primo elemento da prendere in considerazione per organizzare lo smart working in azienda non è legato ai software e non alle infrastrutture informatiche, ma alla fiducia gli uni verso gli altri. È solo contribuendo a diffondere il “virus” della fiducia che si creano quei meccanismi di interdipendenza tali da caratterizzare la piena efficienza nei gruppi di lavoro al di là della condivisione di uno stesso spazio fisico.

La fiducia richiede conoscenza mutuale delle skills e del mindset altrui, il rispetto per gli stessi valori e la stessa determinazione nel perseguire obiettivi comuni. Puoi organizzare i tasks con Trello, condividere documenti realizzati da più persone con Google Drive, archiviare file e renderli disponibili a più persone del team con DropBox, garantire la sicurezza dei dati sensibili collegandoti da casa al server in azienda mediante Desktop remoto e tenere due riunioni al giorno via Skype, ma tutta questa tecnologia serve a facilitare dinamiche di interdipendenza basate appunto sulla fiducia, non a sostituirle.

Ma a fronte di questo ragionamento, se l’attitudine delle aziende italiane è tenere le persone tutto il giorno dentro quattro mura per “controllarle meglio”, stai a vedere che qualche problemino organizzativo ci sarà, ma comunque per quanto terribile, tutta questa storia ci servirà almeno per riflettere un po’ (anche) su questi temi.

Mi spiace solo che per scoprire l’importanza e il valore dello smart working dobbiamo trovarci a fronteggiare certe incombenze.

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