Una differenza tra gruppo e community

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Come trasformare un gruppo in una community

Ogni tanto qualcuno mi chiede come ho fatto a sviluppare il gruppo dei Fatti di di SEO in quanto community, quale progetto ci fosse alla base e quali fossero i suoi propositi originali. Un gruppo non è una community, non per forza. Per trasformare un gruppo in una community occorre che tu dedichi in prima persona la tua vita al gruppo. Non lo dico con leggerezza, è una cosa seria. Creare un gruppo e affidarlo alla moderazione di altri solo perché non hai il tempo di seguirlo o perché vuoi che il gruppo sia “democratico”, può generare riscontri positivi anche rispetto al numero di iscritti, ma questo non significa che i membri del gruppo sviluppino il senso di appartenenza a quel luogo virtuale. Vale la pena farci una riflessione.

Il senso della comunità

Noi tutti percepiamo il mondo attraverso i 5 sensi. Quando parliamo del sesto senso ci riferiamo all’intuizione, mentre il settimo senso è quello dei cavalieri d’oro del grande tempio, lo sanno bene gli scrittori editi da Flaccovio, che ne sono dotati fin dalla nascita.

Il senso della comunità non è legato alla mera soddisfazione di un bisogno, ma a quella di un bisogno comune ad una ristretta cerchia di individui, non a tutti. Non puoi mettere insieme le persone intorno ad un’idea grezza, ma intorno ad un significato legato ad un’idea. Creare una serie di connotati non vuol dire andare nel dettaglio, per capirci, non parliamo di creare specificazioni per intercettare un pubblico più settoriale, come dire “Il gruppo di tutti quelli che fanno SEO sui siti in Joomla”, ma di sviluppare nuove riflessioni su qualcosa di cui si discute già in senso ampio. 

Se fino ad oggi si è parlato di SEO rispetto alla struttura del sito web, alla link building e alle strategie di contenuti, i Fatti di SEO discutono della disciplina anche sotto gli aspetti legati al web semantico, concetto sviluppato da Tim berners-Lee, padre del world wide web, secondo cui la rete si sta trasformando in un ambiente dove i documenti pubblicati vengono associati a informazioni e dati che ne specificano il contesto semantico in un formato adatto all’interrogazione, all’interpretazione e più in generale all’elaborazione automatica. (fonte wikipedia). 

La ricerca semantica è uno dei connotati che ho voluto dare ai Fatti, affiancando alle discussioni sugli structured semantic data, alcune riflessioni sulle entità come oggetti di conoscenza riconoscibili e computabili indipendentemente dal fatto di essere strutturati con markup semantico. 

Apriti cielo! Mi sono tirato dietro le ire dei “mammasantissima”, ma quello è stato solo il punto di partenza. Un ottimo punto di partenza.

Ingroup e outgroup

Qui veniamo ad uno degli aspetti più tribalizzanti in assoluto, perché il gruppo si è edificato proprio intorno a questa disputa tra SEO della vecchia scuola, insomma “quelli bravi” che sostenevano l’impossibilità da parte di Google di associare entità non strutturate a documenti web, e una nuova generazione di sperimentatori nel campo della SEO semantica, che via via proponevano i propri riscontri in merito, puntualmente derisi e criticati da quelli bravi di cui sopra.

Chi ha ragione? Entrambi? Nessuno? Quel che è certo è che si è cominciato a pensare e fare SEO in modo diverso, tenendo in maggiore considerazione i problemi reali degli utenti oltre che gli aspetti strutturali e strutturabili di un progetto web. Come risultato, i fatti di SEO sono un gruppo in cui si parla di tutta la SEO, una piazza in cui si presta soccorso e si condividono i propri articoli, ma anche e soprattutto il luogo odiato dai primi e amato dai secondi. È proprio questo il segreto. Da un lato devono esserci tante persone coese nel dire che parliamo di stupidaggini e che io sono un dittatore cialtrone, dall’altro un numero (più ampio) di persone allo stesso modo coese nel credere all’opposto, che i Fatti di SEO restituiscano alla nostra disciplina una visione più ampia, da prendere in assoluta considerazione. 

Ecco come nasce una vera community, non si tratta solo di dare a qualcuno cose da amare, devi anche dare a qualcun altro cose da detestare. Non so se è chiaro il concetto, in ogni caso questo no, non lo puoi programmare. Sono gli eventi a determinare queste situazioni, se così non fosse, sarei un autentico genio del male…

È meglio la coca cola o la pepsi? Meglio il PC o il Mac?

Perché pubblico questo articolo sul blog di Flamenetworks?

Mi fa piacere scrivere due righe su questo argomento dopo che la settimana scorsa qualcuno mi ha chiesto “quanti soldi prendo per scrivere per quest’azienda”. Mi fa piacere perché Flamenetworks sarà il partner tecnologico principale nello sviluppo del sito web fattidiseo.it, un progetto che tenterà di ridefinire il modo di comunicare in questo settore (giusto così per dire).

Quindi no, non è questione di quanti soldi prendo, ma di cosa stiamo sviluppando insieme.

A proposito di questo, concedimi una piccola riflessione: la libertà di pensiero non significa che puoi dire tutto quello che vuoi solo perché sei libero di farlo. L’espressione “dico solo quello che penso” è una scusa che le persone scostumate adottano per tirarti addosso fango senza sapere di cosa parlano, molto spesso per invidia, talvolta per noia.

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