Serve davvero l’università per lavorare sul web?

È arrivato il momento di chiederselo. Una volta l’università serviva a trovare lavoro, ma oggi che il “titolo” non permette più di raggiungere facilmente quest’obiettivo, siamo ancora convinti che l’università fornisca un metodo di studio indispensabile e apra la mente a grandi sfide? Perdonerai la provocazione, ma non sarà che finiamo col farci piacere ciò che ci ritroviamo nel piatto senza chiederci come ci sia finito?

Serve davvero l'università?

Serve davvero l’università?

 

Giovedì scorso ho intervistato per questo stesso blog Mariano Diotto, direttore del Dipartimento di Comunicazione dell’Università IUSVE di Venezia e Verona e docente di Semiotica digitale dei new media. In particolare mi ha colpito il passaggio in cui il prof. afferma che «una laurea nel settore è in questo momento indispensabile». Dal canto mio comincio seriamente a pensare che l’università italiana sia spesso (e per molti) soltanto un parcheggio in cui attendere di avere l’età per affacciarsi su di un mercato del lavoro che ormai non guarda più in faccia ai ventenni, perché i nuovi giovani di belle speranze, di anni ne hanno almeno 30.

Allo stesso tempo le università sono luoghi che sfornano laureati tutt’altro che eccellenti secondo Giuseppe Di Costanzo, docente di filosofia ormai passato a miglior vita, secondo il quale col passare del tempo il numero ristretto di “teste pensanti” tra gli studenti rimane inalterato negli anni, mentre la qualità generale precipita verso il basso in modo scandaloso anno dopo anno.

 

Universo universitario

Eviterò di essere riduttivo al punto da rinchiudere tutti i mali del mondo nel concetto di “università”. È chiaro che se vuoi fare gli interventi a cuore aperto devi studiare medicina, come è normale essere iscritto all’albo degli ingegneri per firmare il progetto di un palazzo di 12 piani, o a quello degli avvocati per rappresentare qualcuno in tribunale. Lì occorrono competenze tecniche specifiche per le quali effettivamente certi corsi di laurea “esistono”. Si studia giurisprudenza per fare l’avvocato, si studia ingegneria edile per progettare palazzi e si studia medicina per fare gli interventi a cuore aperto. Finché è tutto così chiaro conosci il motivo esatto per il quale ti stai tirando giù dal letto per andare a seguire un corso, ma a ragione di ciò, per cosa esistono le scienze politiche? E la sociologia? E le culture digitali? E le scienze della comunicazione?

Per aprire la mente ai processi socio culturali, per apprendere un metodo e degli strumenti utili a fare comunicazione, per affrontare le sfide del nuovo millennio! Tutto vero e tutto giustissimo, salvo che non sanno fare niente. Certo, anche un medico e un avvocato neolaureati non sanno già fare il loro mestiere, ma hanno bisogno di completare il proprio percorso con specializzazioni e tirocini. Invece uno scienziato politico che fa? Segue le proprie attitudini, ma per seguire le proprie attitudini basta averne e praticare un buon percorso formativo specifico, invece ti ritrovi lì per 5 anni a studiare scienze politiche, come se avesse un senso.

 

Racconti universitari

Chiedendo in giro cosa si pensa del proprio percorso universitario, riceverei per lo più feedback positivi. Accade perché da una parte ci sono le persone che hanno effettivamente imparato qualcosa di utile (perché escluderlo) e dall’altra quelle costrette a dir bene perché altrimenti dovrebbero ammettere di aver buttato da 5 a 10 anni della propria vita senza sapere perché. L’università si apprezza per dissonanza cognitiva!

In realtà la questione “utilità” del titolo di studio è un racconto che viene da lontano. I nostri nonni vedevano che i loro coetanei laureati trovavano subito lavoro ben retribuito e soprattutto non usurante dal punto di vista fisico. In sostanza con la laurea si guadagnavano soldi senza “faticare”. La generazione dei nostri genitori ha assorbito l’idea che la laurea è la via sicura e ce l’ha trasmessa pari pari, perfezionando un racconto identitario per cui andare all’università non è più solo il modo per mettere al sicuro il proprio futuro, ma è una cosa normale, anzi, una di quelle cose che se non le fai è strano. Da qui a iscriversi a scienze politiche è un attimo. Finisci le superiori e ti ritrovi nella segreteria di facoltà a consegnare documenti senza sapere perché, semplicemente avendo assorbito un racconto fatto da altri in tempi diversi, un racconto che ormai lascia troppo spesso il tempo che trova.

 

Stacca la spina

A un certo punto per fortuna i posti di lavoro sono finiti e i giovani hanno cominciato a capire  – c’è voluto comunque tempo e molti ancora non hanno capito niente –  che l’università era un parcheggio per ormoni. Ora secondo te, cosa fanno queste persone punte dalla consapevolezza di aver buttato un sacco di tempo a studiare “comunicazione museale” o amenità rinascimentali con nomi geniali tipo “l’agire economico e le sue conseguenze intenzionali e non intenzionali”? Semplice, cominciano a informarsi sui master di primo e secondo livello.

Ecco il mio appello ai laureati in discipline che servono a tutto e niente: Ora che state vedendo come ad andare avanti sono le persone capaci e non quelle laureate, ora che i “posti” di lavoro sono finiti, ora che il digital ha così profondamente cambiato l’approccio al concetto di lavoro e il mondo del lavoro in sé, per piacere, evitate ai vostri figli il racconto dei vostri nonni. Raccontategli un’altra storia, semmai dite loro che là fuori è pieno di opportunità per chiunque sappia fare una cosa sola che serve agli altri. Raccomandate loro di concentrarsi su quella cosa sola e di fare rete sul web con chi è in quel mondo, invece di perdere tempo a fumare robaccia nei cortili dei dipartimenti, bere caffè di plastica e coltivare rapporti di amicizia con altre persone addormentate.

È il momento di svegliarsi e pensare alla ciccia, senza fronzoli.

 

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