Blog e multilingua, sottodominio vs sottocartelle

Hai un sito web aziendale o e-commerce e stai pensando di creare una versione in lingua inglese e/o di aggiungere al progetto un blog, ma con tutte le informazioni che girano non sai se sia meglio utilizzare domini con estensioni di primo livello localizzate, sottodomini di terzo livello o sottocartelle. Niente paura! (cit.) Oggi proviamo a riflettere su questo, per capire cosa è meglio fare in base alle diverse situazioni.

sottocartelle o sottodomini

sottocartelle o sottodomini

 

Occorre fare una prima grossa distinzione rispetto alla necessità di creare una versione in lingua diversa e a quella di avere un blog interno. Entrambe le cose possono essere gestite con le sottocartelle, senza acquistare nuovi spazi web, ma entriamo un momento nello specifico e osserviamo i singoli casi da vicino.

 

Blog (o e-commerce) interno in sottocartella

Qualcuno si chiede se sia il caso di tenere il blog sul dominio principale ed un eventuale shop in sottodominio o sottocartella. Può sembrare un’assurdità, ma in effetti se un progetto nasce come blog verticale su di un argomento particolare – e come tale si posiziona – un eventuale shop online progettato e sviluppato a posteriori, può senz’altro essere considerato un’appendice del progetto verticale ed essere raggiungibile a partire dalle pagine di questo.

In un caso o nell’altro, quindi sia che ad arrivare prima sia lo shop, sia che invece si tratti del sito aziendale/blog, l’ultimo arrivato potrà essere ospitato in sottocartella secondo una di queste configurazioni:

  • sitoecommerce.it/blog/
  • blog.it/sitoecommerce

La sottocartella ha un sacco di vantaggi. Il primo è che trovandosi nello stesso dominio somma il proprio valore a quello delle pagine già esistenti, il secondo è che non richiede costi aggiuntivi di Hosting a meno che successivamente allo sviluppo della nuova installazione il sistema non necessiti di più risorse. In ogni caso non devi acquistare un altro dominio o sottodominio.

 

Blog (o e-commerce) interno in sottodominio

In alcuni casi può essere opportuno tenere separate le cose proprio a livello di dominio. I casi sono due, il primo è quando le categorie del blog sono in sovrapposizione piena con quelle dello shop, il secondo è quando la nuova installazione tratta argomenti che interessano ad un publico diverso rispetto a quello che segue il sito web principale. Sì, in entrambi i casi c’è qualcosa che non va, perché nel primo si può (si deve) strutturare a monte un progetto le cui categorie non si sovrappongano con quelle del sito principale e nel secondo pare del tutto fuor di logica creare un’appendice di un progetto web che però non è interessante per il pubblico che già segue il progetto stesso.

In pratica sto dicendo che se hai bisogno di sviluppare la seconda installazione come sottodominio c’è probabilmente un errore di strutturazione a monte nell’architettura dei contenuti, a meno che la seconda installazione non riguardi un ramo della stessa azienda che però sviluppa prodotti o servizi destinati ad un pubblico diverso. Prendi ad esempio il sito di Yamaha Corporation che si dirama in sottoaziende produttrici di pianoforti a coda e motori per imbarcazioni. Tutto con lo tesso identico brand. In questi casi – sono rari ma capita – ancor meglio del sottodominio sarebbe creare proprio domini di primo e secondo livello indipendenti, facenti riferimento alla stessa azienda, ma diversificati anche a livello di brand, per non confondere le idee ai motori di ricerca. In tutti gli altri casi suggerisco una buona progettazione, poi sottocartelle tutta la vita.

 

Multilingua in sottocartella

Il multilingua va sviluppato come sottocartella se parliamo di versioni dello stesso progetto in lingua diversa da quella d’origine. Se invece parliamo di internazionalizzare un progetto, le versioni in lingua diversa possono trovarsi ad un livello di indipendenza maggiore rispetto al dominio principale, magari come sottodomini di terzo livello, o in alcuni casi su domini con estensione di primo livello localizzata per paese di riferimento. Quest’ultima situazione è quella che mette più distanza tra due siti web destinati a popolazioni diverse. Attenzione però, la distanza non deriva dalla sola estensione localizzata, ma dal fatto che i contenuti di questi siti web non sono semplicemente tradotti, ma vengono proprio creati ad hoc per la località di destinazione. Non si parla dunque di multilingua, ma di internazionalizzazione. In questi casi non serve nemmeno impostare gli hreflang perché possono tranquillamente non esistere pagine corrispondenti in altra lingua su siti web diversi dello stesso network.

Il sito (semplicemente) tradotto e impostato per il multilingua può certamente aspirare ad ottenere posizionamenti sui motori di ricerca riferiti a nazioni diverse, perché il tag link con attributo hreflang – che in questi casi è d’obbligo – serve proprio a far capire ai motori di ricerca come Google.it, Google.co.uk, Google.fr etc., quali pagine sono destinate a chi. Oh, ho detto che un sito multilingua si può posizionare all’estero, ma per riuscirci occorre diversificare le strategie di posizionamento per ciascun Paese su cui ci si affaccia… e non è uno scherzo.

 

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