Il futuro è una promessa o una minaccia?

Ho trascorso 14 anni della mia vita in un posto dove per andare al bagno dovevo alzare la mano e chiedere il permesso e per tutto il tempo dovevo stare seduto e fare sempre quello che mi dicevano di fare. Paradossalmente sostenevano che stando lì avrei imparato a pensare con la mia testa. Da pazzi, non trovi anche tu?

il futuro è una promessa o una minaccia?

il futuro è una promessa o una minaccia?

Sotto questo post pubblicato sul mio profilo qualche giorno fa, sono arrivate grossomodo sempre queste 3 reazioni:

  1. Mi sono trovato bene a scuola, quindi NON sono d’accordo;
  2. Mi sono trovato male, quindi la penso come te;
  3. Chiedere il permesso ha comunque senso, perché le regole servono.

Certo che chiedere il permesso ha senso. Dentro quelle quattro mura i docenti sono tenuti a rispondere anche degli incidenti e della sicurezza in generale di chi presenzia. Il problema non è chiedere il permesso, ma appunto quelle 4 mura, quel sistema formativo. Due considerazioni, la prima è sulla gravità del “trovarsi bene” a patto di finire nell’ambiente e coi professori giusti. Non è possibile che io debba trascorrere mezza giornata per 13/15 anni (in età evolutiva) sperando di avere fortuna.

La seconda considerazione è che il sistema scolastico in Italia, pur nelle sue trasformazioni, rimane vecchio di un secolo. Francesco Panzetti ricorda che «…del resto è il MIUR stesso a spingere i docenti nella direzione delle nuove metodologie didattiche in cui gli alunni non sono solo discenti ma elementi attivi e protagonisti della conoscenza nel quotidiano. Chiaramente ciò non è comunque sufficiente e sarebbe ora che lo Stato avviasse una seria riforma della scuola su base pedagogica. Ci sono sperimentazioni fatte qui in Italia (penso al metodo Agazzi) è prassi già consolidate nella penisola scandinava. Il limite è che, sempre per via della biopolitica, un nuovo modello sociale di scuola richiederebbe anche, preferibilmente, una nuova concezione degli spazi architettonici, ma questo da noi è molto, molto più complesso da gestire rispetto alla Norvegia…».

 

Qui non siamo in Norvegia

E visto che non siamo la Norvegia ci tocca restare dentro quelle 4 mura, seduti male, sperando che le ore di lezione passino in fretta o lentamente a seconda che lo spettacolo sia brutto o piacevole. Ora lo so, ti starai chiedendo (come ti capita spesso leggendo i miei articoli) cosa accidenti c’entra con il marketing digitale.

C’entra, perché le persone che escono dalla scuola italiana non hanno la chiara percezione del perché iscriversi o meno all’università. Il risultato è un esercito di giovani ventiseienni freschi laureati, che accettano stage gratuiti da sei mesi a un anno, perché pensano di non meritare niente di meglio. No, queste persone sanno leggere e far di conto, ma non hanno imparato a pensare con la propria testa, altrimenti avrebbero visto che c’è un mondo di cose che si possono fare al di là di quelle che ti dicono di poter fare.

Dire che l’università non serve è riduttivo, perché ci sono mestieri che richiedono una laurea, insomma non puoi firmare il progetto per un palazzo di 6 piani senza essere un ingegnere edile abilitato e non puoi prescrivere una dieta senza essere laureato in medicina (con buona pace dei nutrizionisti che lo fanno lo stesso).

 

Ma io so pensare con la mia testa!

Ci mancherebbe che ora fossimo tutti incapaci di guardare al di là di quello che racconta il telegiornale. Io non dico questo, semmai (e tristemente) mi trovo a sostenere che le persone davvero consapevoli lo sono NONOSTANTE il sistema scolastico e non grazie ad esso. E ce ne sono sia tra quelle che hanno avuto pessimi risultati scolastici, sia tra quelli soddisfatti per aver avuto i professori “moderni”, quelli giusti.

Il sistema del voto, gli ammonimenti, la coercizione fisica e tutte quelle belle regole di convivenza civile, saranno pure necessarie per condividere le stesse strutture, ma presentano il non trascurabile inconveniente di “addestrare” i ragazzi a competere invece che a cooperare. Così crescono con la consapevolezza sbagliata che là fuori nessuno farà niente per loro e che il loro valore di partenza (e quello finale) è zero. Il futuro doveva essere una promessa di libertà e di una vita migliore, invece è una minaccia, un’incognita all’interno dell’equazione irrisolvibile.

 

Come si riversa questa cosa nel marketing digitale?

Se non l’hai ancora capito è perché anche tu pensi che i competitors del tuo progetto ecommerce siano nemici da sconfiggere o che gli altri consulenti digital siano avversari da mettere in cattiva luce ad ogni occasione. Così si creano le mancate partnership e si chiudono le porte agli scambi che potrebbero arricchire tutti. Così i giovani sono costretti ad elemosinare stage “aggratiss” e mentre i piccoli si dividono e si scontrano nell’infinita guerra dei poveri, i colossi possono consolidare il proprio primato.

Concludo questa breve ed amara riflessione esortando i più consapevoli a farsi avanti e mettere in comune le proprie conoscenze, offrendole senza pensare alla perdita di un vantaggio competitivo che non esiste. Succede già, ma sono gocce nel mare. E la cosa più triste è che mentre gli altri sgomitano nella folla sprecando energie preziose, quei pochi che abbracciano il loro mercato con un briciolo di consapevolezza, riescono a far bene per sé e per gli altri.

È triste perché non basta se non riusciamo TUTTI a pensare con la nostra testa e liberarci dai condizionamenti.

 

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